Ma il punto che viene enfatizzato maggiormente riguarda non solo gli sbarchi, bensì la capacità dello Stato di gestire il fenomeno attraverso i rimpatri. Qui il miglioramento appare particolarmente marcato. Nel 2023, i rimpatri sono stati 4.796, con una percentuale del 3% rispetto agli sbarchi. Nel 2026, considerando i dati aggiornati al 26 aprile, i rimpatri sono già 2.687, ma con una percentuale salita al 32,4%. Un balzo che viene interpretato come il segnale di una macchina amministrativa più incisiva e capace di trasformare il contrasto all’immigrazione irregolare in azione concreta. In questa prospettiva, il cosiddetto “pugno di ferro” sperimentato già nel governo gialloverde, anche nei confronti delle Ong, avrebbe avuto l’effetto di scoraggiare non solo le partenze, ma soprattutto il business dei trafficanti.
Ed è qui che emerge il risultato considerato più rilevante: la riduzione delle vittime in mare. Perché, secondo questa impostazione, il contenimento degli sbarchi non sarebbe solo una questione di sicurezza o legalità, ma anche di salvaguardia delle vite umane. I dati mostrano che nel 2023 si registrano 2.526 morti o dispersi su 157.651 sbarchi; nel 2024 il numero scende a 1.810 su 66.617; nel 2025 cala ulteriormente a 1.330 su 66.316. Una diminuzione significativa che viene letta come conseguenza diretta di una restrizione delle partenze e di una pressione crescente sui trafficanti di esseri umani, costretti a modificare rotte e strategie. In questa visione, il contrasto all’immigrazione illegale diventa anche uno strumento di prevenzione umanitaria, mentre viene ribadito con forza che le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.
Sul piano politico e istituzionale, resta poi aperto il nodo dei centri in Albania, considerati un ulteriore tassello potenzialmente decisivo per rafforzare questa strategia. Secondo questa lettura, i rallentamenti dovuti agli interventi della magistratura avrebbero limitato l’efficacia di uno strumento che potrebbe migliorare ulteriormente i risultati già ottenuti. Il recente orientamento dell’avvocato generale della Corte Ue, che avrebbe riconosciuto margini di legittimità all’azione italiana, viene visto come un passaggio importante in attesa di una pronuncia definitiva.
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Alla fine, però, la questione si sposta dalla gestione dei flussi alla gestione del consenso. Se i numeri mostrano, secondo questa interpretazione, un miglioramento netto sotto il governo Meloni e l’azione di Piantedosi, allora il vero paradosso è comunicativo: risultati considerati significativi, ma raccontati con poca incisività. Da qui la critica finale a una maggioranza che, pur ottenendo dati ritenuti positivi, non riuscirebbe a trasformarli in una narrazione politica altrettanto efficace, lasciando spesso spazio alle opposizioni sul terreno della percezione pubblica.