Sbarchi migranti, i numeri parlano chiaro: la situazione

Sbarchi migranti, i numeri parlano chiaro: la situazione

 

I numeri, più di ogni slogan politico o polemica, tracciano un quadro chiaro dell’andamento delle politiche migratorie italiane degli ultimi anni. Sotto il governo di Giorgia Meloni, con Matteo Piantedosi al Viminale, il cambio di passo nella gestione dell’immigrazione irregolare è diventato evidente. La diminuzione degli sbarchi, l’aumento dell’efficacia nei rimpatri e il calo delle tragedie nel Mediterraneo sono considerati i tre pilastri di una strategia che, numeri alla mano, ha prodotto risultati concreti. Eppure, di fronte a questi dati, emerge una critica interna al centrodestra: l’incapacità di comunicare con sufficiente forza i traguardi raggiunti.

L’analisi dei dati sugli sbarchi offre una traiettoria ben definita. Nel 2023, gli arrivi ammontano a 157.651, il dato più alto dell’era Meloni, ma questo numero si inserisce in una scia di crescita già consolidata negli anni precedenti. Durante il governo Conte II, al netto della parentesi Covid, gli sbarchi si attestavano a 34.154, per poi salire a 67.477 nel 2021 e a 105.131 nel 2022 sotto il governo Draghi, con Luciana Lamorgese nel ruolo di ministra dell’Interno. L’inversione di tendenza, secondo questa lettura, è arrivata con l’insediamento di Piantedosi, già protagonista nel 2018 come capo di gabinetto di Matteo Salvini, anno in cui si toccò il record minimo di 11.471 sbarchi. Da quel momento, la macchina del controllo ha ritrovato efficienza: nel 2024, gli arrivi scendono a 66.617, nel 2025 a 66.316, mentre nei primi mesi del 2026 il dato si ferma a 8.304, confermando una stabilizzazione su livelli nettamente inferiori rispetto ai picchi precedenti.

Il confronto storico rafforza ulteriormente il peso politico di questi risultati. Basta guardare agli anni del governo Renzi per osservare numeri impressionanti: 170.100 sbarchi nel 2014, 153.842 nel 2015 e addirittura 181.436 nel 2016. Una stagione caratterizzata da politiche di accoglienza sostenute anche dai fondi europei, ma che portò l’Italia a sostenere una pressione migratoria senza precedenti. Solo con Marco Minniti, nel governo Gentiloni, si registrò una prima significativa inversione, con 119.369 sbarchi nel 2017 e 23.370 nel 2018. Un lavoro che, secondo questa ricostruzione, Salvini e Piantedosi avrebbero poi consolidato, rafforzando strumenti di deterrenza e controllo.

Ma il punto che viene enfatizzato maggiormente riguarda non solo gli sbarchi, bensì la capacità dello Stato di gestire il fenomeno attraverso i rimpatri. Qui il miglioramento appare particolarmente marcato. Nel 2023, i rimpatri sono stati 4.796, con una percentuale del 3% rispetto agli sbarchi. Nel 2026, considerando i dati aggiornati al 26 aprile, i rimpatri sono già 2.687, ma con una percentuale salita al 32,4%. Un balzo che viene interpretato come il segnale di una macchina amministrativa più incisiva e capace di trasformare il contrasto all’immigrazione irregolare in azione concreta. In questa prospettiva, il cosiddetto “pugno di ferro” sperimentato già nel governo gialloverde, anche nei confronti delle Ong, avrebbe avuto l’effetto di scoraggiare non solo le partenze, ma soprattutto il business dei trafficanti.

Ed è qui che emerge il risultato considerato più rilevante: la riduzione delle vittime in mare. Perché, secondo questa impostazione, il contenimento degli sbarchi non sarebbe solo una questione di sicurezza o legalità, ma anche di salvaguardia delle vite umane. I dati mostrano che nel 2023 si registrano 2.526 morti o dispersi su 157.651 sbarchi; nel 2024 il numero scende a 1.810 su 66.617; nel 2025 cala ulteriormente a 1.330 su 66.316. Una diminuzione significativa che viene letta come conseguenza diretta di una restrizione delle partenze e di una pressione crescente sui trafficanti di esseri umani, costretti a modificare rotte e strategie. In questa visione, il contrasto all’immigrazione illegale diventa anche uno strumento di prevenzione umanitaria, mentre viene ribadito con forza che le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.

Sul piano politico e istituzionale, resta poi aperto il nodo dei centri in Albania, considerati un ulteriore tassello potenzialmente decisivo per rafforzare questa strategia. Secondo questa lettura, i rallentamenti dovuti agli interventi della magistratura avrebbero limitato l’efficacia di uno strumento che potrebbe migliorare ulteriormente i risultati già ottenuti. Il recente orientamento dell’avvocato generale della Corte Ue, che avrebbe riconosciuto margini di legittimità all’azione italiana, viene visto come un passaggio importante in attesa di una pronuncia definitiva.

Alla fine, però, la questione si sposta dalla gestione dei flussi alla gestione del consenso. Se i numeri mostrano, secondo questa interpretazione, un miglioramento netto sotto il governo Meloni e l’azione di Piantedosi, allora il vero paradosso è comunicativo: risultati considerati significativi, ma raccontati con poca incisività. Da qui la critica finale a una maggioranza che, pur ottenendo dati ritenuti positivi, non riuscirebbe a trasformarli in una narrazione politica altrettanto efficace, lasciando spesso spazio alle opposizioni sul terreno della percezione pubblica.