«Devo confessarti, ho vacillato quando te ne sei andato». Comincia così la lettera che Alberto Stasi ha scritto al padre, scomparso negli anni più duri della sua vicenda giudiziaria. Un testo lungo, denso, che oggi torna a circolare mentre la Procura di Pavia è ad un punto decisivo con il delitto di Chiara Poggi.
Non è una dichiarazione difensiva. Non è un’intervista. È una lettera privata di un figlio a un padre morto. E proprio per questo, dicono in molti, fa più effetto di qualsiasi memoria difensiva depositata in vent’anni di processi.
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«L’uomo che stavo ancora diventando, per qualche momento, si è ribellato», scrive Stasi. Perché la vita, racconta, gli si era fatta «improvvisamente ancora più dura» — e gli stava imponendo di affrontare senza il padre la tragica morte di Chiara, le accuse, i pubblici attacchi, l’umiliazione del processo, una quotidianità anomala, un futuro incerto.
«Non sai quanto avrei voluto farcela papà»

Il passaggio centrale è quello in cui Stasi rivendica di aver tenuto la testa alta, anche quando avrebbe voluto crollare. «Ho preteso da me stesso di farcela, perché sapevo che sarebbe stato quello che tu avresti voluto», scrive. «Non mi avresti mai perdonato la resa, le lacrime, la testa abbassata».
E aggiunge: «Ho cercato di rialzarla, ho provato a farcela lo stesso, ho lottato per la verità e la mia libertà come tu, fino ad allora, avevi lottato per me».
Poi la frase che è diventata virale sui social: «Non sai quanto avrei voluto farcela papà; non sai quanto avrei voluto che tutti potessero leggere e sentire dovunque il grido della mia innocenza: avrei potuto dirti queste cose da un luogo diverso da quello in cui mi trovo, avrei potuto continuare a piangere davanti alla tua lapide, da uomo libero. Così non è stato».
«La libertà di un uomo si misura da come affronta la vita»
C’è un passaggio che chi conosce il caso definisce «da brivido». È quello in cui Stasi, scrivendo dal carcere, prova a spiegare al padre cosa intenda lui per libertà.
«Io penso che la libertà di un uomo non sia legata al luogo in cui si trova o a quello che può o non può fare, benché lo desideri fortemente; la libertà di un uomo si misura, come tu mi hai insegnato, da come affronta quello che la vita gli riserva ogni giorno». «Un uomo è libero se la sua anima è libera», continua, «se il suo pensiero vaga, se la sua mente è attiva, se i suoi sentimenti sono sinceri, se la sua coscienza è limpida, se non perde mai la forza di lottare, la voglia di conoscere, di crescere, di maturare, di pensare che un futuro migliore può esistere e di porre le basi per costruirlo».
Non è teoria astratta, dicono i suoi legali. È una dichiarazione di intenti. E si chiude con una promessa: «Io non ho nessuna intenzione di arrendermi, nessuno potrà mai portarmi via quello che ho dentro».
La preghiera per la madre rimasta sola
Il finale è la parte più dolorosa. Stasi chiede al padre, da lassù, di pregare. Ma non per sé. «Soprattutto di pregare per la mamma, che è da sola, che fa fatica a vivere senza l’uomo che amava e, ora, anche senza di me, in una vita che, oggi, a lei appare del tutto distrutta».
«Ti voglio bene papà. Te ne voglio davvero. Te ne ho sempre voluto», è la chiusura.
La lettera è tornata a far discutere proprio nelle ore in cui Stasi, in regime di semilibertà, ha trascorso la notte fuori dal carcere e ha deciso per la prima volta in vent’anni di leggere gli atti depositati dalla Procura di Pavia contro Andrea Sempio. Un cambio di passo che la sua avvocata Giada Boccellari ha definito «una luce, dopo vent’anni».
«Colpevole o innocente, ha una potente espressività»
Sui social la lettera è diventata virale. C’è chi la legge come la prova definitiva dell’innocenza di Stasi. Chi la considera un esercizio di stile costruito a tavolino. E chi, restando neutrale, sottolinea solo la qualità della scrittura: «Colpevole o innocente, quest’uomo ha una potente espressività linguistica e di pensiero».
Anche l’avvocato Ivano Chiesa, storico difensore di Fabrizio Corona, è intervenuto sul caso rilanciando il dubbio sulla condanna: «Pensate se ci fosse stata la pena di morte in Italia. Alberto Stasi non c’era più. E adesso cosa gli avremmo detto? Sai, scusa, abbiamo sbagliato».