Garlasco, la lettera di Alberto Stasi al padre morto: «Ti chiedo solo di pregare per me»

«Devo confessarti, ho vacillato quando te ne sei andato». Comincia così la lettera che Alberto Stasi ha scritto al padre, scomparso negli anni più duri della sua vicenda giudiziaria. Un testo lungo, denso, che oggi torna a circolare mentre la Procura di Pavia è ad un punto decisivo con il delitto di Chiara Poggi.

Non è una dichiarazione difensiva. Non è un’intervista. È una lettera privata di un figlio a un padre morto. E proprio per questo, dicono in molti, fa più effetto di qualsiasi memoria difensiva depositata in vent’anni di processi.

«L’uomo che stavo ancora diventando, per qualche momento, si è ribellato», scrive Stasi. Perché la vita, racconta, gli si era fatta «improvvisamente ancora più dura» — e gli stava imponendo di affrontare senza il padre la tragica morte di Chiara, le accuse, i pubblici attacchi, l’umiliazione del processo, una quotidianità anomala, un futuro incerto.

«Non sai quanto avrei voluto farcela papà»

 

Il passaggio centrale è quello in cui Stasi rivendica di aver tenuto la testa alta, anche quando avrebbe voluto crollare. «Ho preteso da me stesso di farcela, perché sapevo che sarebbe stato quello che tu avresti voluto», scrive. «Non mi avresti mai perdonato la resa, le lacrime, la testa abbassata».

E aggiunge: «Ho cercato di rialzarla, ho provato a farcela lo stesso, ho lottato per la verità e la mia libertà come tu, fino ad allora, avevi lottato per me».

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