• Dom. Dic 5th, 2021

Morto Wilbur Smith.”Se n’è andato in modo inaspettato”

L’annuncio sul suo sito: “Se n’è andato in modo inaspettato dopo una mattinata di lettura e scrittura”

Se n’è andato come un personaggio dei suoi romanzi: di colpo, inaspettatamente, dopo una giornata passata a leggere, scrivere e godere della compagnia della quarta moglie, la tagika Niso, colei a cui aveva appena dedicato l’ultimo libro, appena uscito in Italia.

“Hai guarito il mio cuore e mi hai donato la forza di un esercito”, recita il messaggio all’amata consorte sulle prime pagine del volume, “grazie per avermi spinto a diventare il miglior scrittore possibile”.

Resteranno forse queste le ultime parole di Wilbur Smith, il re dell’avventura, scomparso a 88 anni in Sud Africa, nel continente dove era nato, dove aveva quasi sempre vissuto e in cui aveva messo in scena le epiche storie che lo hanno reso, se non il “miglior scrittore possibile”, certamente uno degli autori più popolari e più ricchi del mondo.

Quaranta titoli, suddivisi tra la saga sull’antico Egitto, di cui Il nuovo regno costituisce l’ultimo capitolo, preceduto da Il dio del fiume, Il settimo papiro e svariati altri, e quelle su dinastie di famiglie di bianchi come lui, cresciuto nella Rhodesia (oggi Zambia) dell’apartheid, regime che condannò aspramente, poi passate attraverso la fine del colonialismo e l’inizio di una nuova era all’insegna dell’eguaglianza razziale, come il ciclo dei Courtney e dei Ballantyne, iniziato con Il destino del leone, il fortunato esordio che lo fece scoprire e ne fece un campione di best-seller.

Centoventi milioni di copie vendute, un sesto delle quali in Italia, uno dei paesi dove aveva più lettori.

Il vero avventuriero era suo padre, un operaio dell’industria metallurgica che diventò padrone della fabbrica in cui lavorava, un ex-pugile “dalle braccia grosse così”, un cacciatore che in Rhodesia comprò una fattoria e si ritirò lì a coltivare la terra.

Ma anche un uomo bianco con mentalità vecchio stampo, un colonialista: “Gli diedi retta finché ho compiuto vent’anni e poi ho cominciato a pensare con la mia testa”, lo ricordava Wilbur. “Non volevo perpetuare l’ingiustizia, così lasciai la Rhodesia e cercai di trovare da solo la mia strada”.

Da ragazzo vuole fare il giornalista, il padre lo costringe a studiare da commercialista, ma a quel punto anche Wilbur ha la sua razione di avventure: “Ho ucciso il mio primo leone a 12 anni, per autodifesa, sono stato quasi ammazzato da un bufalo, ho visto uomini uccisi dagli elefanti e ho nuotato in mezzo agli squali”, come ha raccontato a Claudia Morgoglione in una intervista a Repubblica appena qualche mese fa.

Da giovane lavora in una miniera in Sud Africa e poi si imbarca su una baleniera, anche se ne discende dopo un mese, avendo compreso che non è il suo mestiere.

Per un po’ lavora per l’ufficio delle imposte sudafricano. Poi torna alla passione giovanile, scrivere: non per i giornali, però. Storie di fantasie, ispirate dall’Africa e dai suoi miti.

Che si tratti del mago e scienziato Taita, protagonista della saga egiziana, o dei capostipiti dei Courtney e dei Ballantyne, i personaggi dei suoi romanzi sono il suo alter ego, come ammette per primo: gli eroi romantici che avrebbe voluto impersonare nella realtà.

Il primo manoscritto viene rifiutato da venti editori. Ma quando viene pubblicato, il successo è travolgente e da allora non si ferma più. “Scrivi di ciò che conosci”, lo incoraggia l’editore.

“E allora ho scritto di mio padre e mia madre”, dirà Smith, “della storia dell’Africa, dei bianchi e dei neri, della caccia grossa e delle miniere, di avventurieri e donne”.

Al centro di Il destino del leone c’è un uomo che rammenta suo nonno, “cacciatore di elefanti, cercatore d’oro e comandate durante la guerra contro gli Zulu”: la sua fantasia fa il resto.

Nell’ultimo decennio scriveva insieme a collaboratori scelti insieme al nuovo editore HarperCollins, che ora pubblica tutti i suoi libri anche in Italia: Wilbur pensava alla trame e abbozzava il testo, uno scrittore più giovane faceva le ricerche e la riscrittura.

Ormai era un marchio di fabbrica e come un’azienda pubblicava uno o più romanzi l’anno.

Non letteratura, nemmeno narrativa d’avanguardia, ma intrattenimento d’alta qualità, come testimoniano decine di milioni di fans.

Anche la sua vita privata è stata un’avventura: quattro mogli e solo con l’ultima la felicità coniugale, “con la prima andavo d’accordo solo a letto, la seconda mi disprezzava, la terza ha sempre cercato di manipolarmi”.

Poi l’incontro con Mokhiniso Rakhimova, una studentessa tagika dell’università di Mosca, di quasi 40 anni più giovane, che lo fa rinascere.

I tre figli sono contrari al matrimonio, Wilbur la sposa lo stesso e rompe con i figli: “Sono una persona generosa”, diceva, “ma se qualcuno mi si rivolta contro, taglio ogni rapporto e per me è finita”.

Fra gli scrittori che ammirava di più e considerava i suoi maestri c’erano Hemingway e Steinbeck. “Mi considero un uomo del 17esimo secolo”, affermava Wilbur Smith. “La tecnologia non mi interessa. Ho bisogno di annusare le rose e il letame di bufalo”.

La sua Africa, dove ora sarà sepolto dall’amata Niso.